L’evidenza dimostra che viviamo in una società di ansiosi

Viviamo in una società di ansiosi: i ritmi di vita esasperati e frenetici cui ormai tutti indistintamente siamo esposti ogni giorno aggrediscono, infatti, senza che ce ne accorgiamo, il normale equilibrio psico-fisico, stimolando nel nostro organismo una reazione adattativa volta a ristabilire una condizione ottimale. Molti gesti o comportamenti banali che quotidianamente ci appartengono e di cui siamo solo parzialmente consapevoli (quali, ad esempio, maneggiare spesso il cellulare, curiosare e spettegolare sugli altri, acquistare oggetti superflui, trascorrere sempre più ore di fronte al pc, etc…) sono rivolti proprio ad esorcizzare e controllare stati latenti di ansia, a volte non riconoscibili fino a quando non raggiungono soglie di forte intensità (divenendo veri e propri disturbi).

Le cause dell’incremento dei fenomeni ansiosi nell’uomo moderno sono molteplici e multifattoriali: oltre al “normale” stress quotidiano, una considerevole quota dell’ansia che ci affligge è soggettiva e prodotta da noi stessi attraverso uno stile di vita ulteriormente ansiogeno. Pensiamo, ad esempio, all’ avvento della tecnologia, il cui insediamento nelle nostre vite ha portato nuove abitudini, molte delle quali imposte, e nuove modalità di gestione del proprio rapporto con il mondo esterno e con gli altri. Quasi tutte le famiglie dispongono oggi di almeno un computer in casa, anche per la necessità di adeguarsi al processo di informatizzazione da parte di molti pubblici servizi; le potenzialità e gli strumenti offerti dal progresso tecnologico, rendendo molto più rapidi e accessibili informazioni e contatti prima impossibili, hanno progressivamente alterato negli individui la percezione dello spazio e del tempo, e, quindi, la modalità di rapportarsi con l’ambiente (inteso anche come ambiente sociale). Il prezzo di tale straordinario avanzamento è rappresentato proprio dagli effetti prodotti sull’individuo a livello psicologico, un aspetto che viene sottovalutato, se paragonato a quelli che sono considerati i vantaggi dello sviluppo. In particolare, la somministrazione continua di stimolazioni (soprattutto visive ed uditive) offerta dai canali mediatici sempre più tecnologici e digitalizzati costringe il sistema nervoso a velocizzare la propria normale attività di elaborazione, con conseguente sovraccarico funzionale e, quindi, stress. La ripetitività, la velocità e la ridondanza delle informazioni che giungono al cervello tenderebbero, così, ad accorciare sensibilmente i tempi di risposta dell’individuo (riducendo lo spazio di vuoto), creando il ben noto fenomeno dell’”abituazione“, con conseguente sviluppo della tolleranza. Per questo meccanismo di assuefazione (del tutto simile a quello indotto da altri comuni comportamenti di abuso) il nostro cervello finirebbe progressivamente per sentire il bisogno di quantità sempre maggiori di stimolazioni, che, a loro volta, vengono ricercate secondo criteri di velocità e accessibilità, quindi preferibilmente attraverso gli stessi canali tecnologici. In questo modo si verrebbe a costituire un circolo vizioso in cui per sfuggire all’ “ansia da eccesso di stimoli” si intensifica la ricerca di altri stimoli.

Ma il fenomeno non sarebbe limitato alla sola quantità di informazioni, ma anche alla loro qualità e tipologia: il bisogno di stimolazioni, infatti, tenderebbe a privilegiare la ricerca di informazioni sensazionali o ad alto contenuto emozionale, come, ad esempio, le notizie di cronaca nera o le produzioni “noir” (pensiamo al proliferare delle serie tv a sfondo criminologico-investigativo, sempre più ricche di dettagli macabri), orientando, così, in modo significativo la moda culturale e il mercato mediatico. Ne è un chiaro segnale il cambiamento della modalità di diffusione dell’informazione giornalistica (quindi il prodotto più popolare), che rispetto soltanto a cinque anni fa presenta un’offerta ormai ininterrotta e ultraspecializzata di servizi e rotocalchi, molti dei quali ridondanti, ripetitivi e specificamente volti a stimolare la morbosità del pubblico attraverso il ricorso a contenuti e dettagli che in passato venivano caldamente evitati (quando non vietati) perchè ansiogeni o turbativi.

L’inevitabile assorbimento di informazioni e dati conoscitivi di tipo ansiogeno dovuto alla sovraesposizione mediatica determina a livello psichico la comparsa di variabili ansiose (senso di attesa continua, irrequietezza, percezione di insicurezza, etc..) fino a qualche tempo fa sconosciute. Nel pubblico l’incapacità di riconoscere gli effetti di questa correlazione impedisce di difendersi dall’eccesso di informazioni, che, anzi, vengono attivamente ricercate nell’erronea convinzione che servano a placare il senso di apprensione.

Per interrompere il circolo vizioso dell’ansia è innanzitutto necessario favorirne la presa di coscienza nelle persone, stimolandone lo spirito critico e la capacità di “filtrare” le informazioni adeguate da quelle inutili, attraverso anche un ripensamento dello stile di vita. Ciò è ulteriormente reso possibile da un utilizzo più misurato dei canali mass-mediatici e degli strumenti tecnologici in genere, che può portare l’individuo a ripercepire chiaramente le proprie soglie di sensibilità e tollerabilità agli stimoli.

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