Sono tantissimi gli italiani che soffrono di mal di schiena, patologia che nei paesi industrializzati risulta essere la più diffusa, insieme alla cefalea. Non solo: rappresenta anche la prima causa di giornate lavorative perse, oltre ad essere tra le prime voci di spesa sanitaria e la principale ragione di invalidità civile o di prepensionamento. Un problema, quello del mal di schiena, che colpisce praticamente tutti almeno una volta nella vita: si calcola, infatti, che 8 persone su 10 lo abbiano sperimentato in forme più o meno acute, sporadiche o ricorrenti. Fra le cause, oltre ai fattori genetici, l’età, la struttura e la forma fisica, il tipo di lavoro svolto e lo stress c’è, a sorpresa, il fumo di sigaretta.
A fotografare il problema è “Il grande libro del mal di schiena”, da poco in libreria e scritto dai neurochirurghi Paolo Gaetani e Riccardo Rodiguez y Baena e dal fisiatra Lorenzo Panella. Nel volume si legge che “la scienza medica ha osservato che la sigaretta può sortire sulla schiena anche un effetto fisico diretto. Il fumo, infatti, provoca tosse cronica, e questa può alla lunga influenzare la formazione di un’ernia al disco. Studi eseguiti con la risonanza magnetica nucleare hanno rivelato che i dischi intervertebrali dei fumatori presentano una maggiore quota di alterazioni degenerative rispetto a quelli dei non fumatori. Alterazioni che sembrerebbero emergere maggiormente in coloro che consumano più di tre pacchetti al giorno”.
Ma cosa fare quando il dolore esplode? Gli esperti, basandosi sulle Linee Guida messe a punto dall’Istituto superiore di Sanità, consigliano nel dettaglio le varie fasi che ciascun paziente dovrebbe seguire: innanzitutto “capire” insieme al medico la natura e l’origine del problema; poi “reagire” e “agire” con le necessarie terapie; se, però, non si risolve il dolore nel giro di 3-4 settimane (succede in meno del 30% dei casi), bisognerà sottoporsi a nuovi esami, e se il problema persiste allora si dovrà ricorrere all’”occhio delle macchine”, quali Tac, Rmn o Elettromiografia, mentre il trattamento farmacologico andrà rivisto. Ultima spiaggia: l’intervento chirurgico.

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