La depressione come lutto di sé

Freud per primo notò che quella che lui chiamò “melanconia” era qualcosa di più di una semplice tristezza per la perdita: il lutto ha una durata limitata, ed è fisiologico che, per un periodo più o meno lungo, la persona che ha subito un lutto si chiuda in sé stessa, rifiutando il resto del mondo, per concentrarsi sull’”oggetto perso”, come per prolungarne l’esistenza, sotto forma di rappresentazione interna, e per avere il tempo di dargli l’ultimo addio.

Piuttosto, l’assenza di un comportamento del genere allarma gli esperti, anche se siamo coscienti che la società odierna non permette molto spazio all’introspezione e che, talvolta, ci vuole tempo anche per essere pronti ad affrontare una situazione troppo coinvolgente. Prima o poi, però, torna ad affacciarsi il bisogno di lasciare andare quel che non c’è più, di disinvestire quello che si era investito nell’”oggetto perso”: progetti, sogni, compensazioni, sostegno…

Così accade nel lutto per una persona, per un amore o per un progetto di vita: solo il tempo può aiutare a riprendere quello che era stato impegnato ed a renderlo disponibile per altre destinazioni. Si ricomincia a sorridere, magari ci si innamora di nuovo, si fanno nuovi progetti. Non si dimentica il lutto, ma si supera; in gergo tecnico, si “risolve”.

Talvolta questo non accade, non è possibile riappropriarsi delle energie investite, perché non sono mai state possedute. L’altro non può morire perché possiede una parte di chi gli sopravvive, non l’ha mai resa indietro, e, senza, non ha abbastanza risorse per esistere in modo autonomo. Come un bambino che non esiste senza che la madre lo veda, perché non può fornirsi da solo ciò di cui necessita per la sopravvivenza. Si può cercare e, magari, trovare un sostituto che ne faccia le veci, oppure morire con lui.

Ma quando si parla di lutto si parla della perdita di qualcosa che riguarda l’altro, l’esterno: ci si può arrabbiare con l’oggetto, si può anche aggredire, ignorare, consolare, sostituire, ma c’è sempre qualcosa o qualcuno che prende la colpa.

Nella “melanconia”, conosciuta come depressione, la colpa è di sé stessi e la rabbia è rivolta verso la propria persona: ciò che si è perso è una parte di sé perché, pur di non rischiare di mostrare la rabbia verso l’oggetto amato, troppo debole, o trascurante, indifferente, inadeguato, si preferisce far finta che l’errore sia nostro. Sembra, così, di poterlo controllare e plasmare a piacimento e, comunque, non si rischia di distruggere con la rabbia la persona di cui si ha un bisogno ancora vitale.

Ma il rancore rimane e si rivolge verso noi stessi. Così ci si sente sempre inadeguati, colpevoli di qualcosa o di tutto. Ci vuole un tempo lungo per poter convincere la persona depressa che i sentimenti negativi non distruggono l’altro e che possono essere rivolti verso il vero oggetto a cui sono desinati. Solo allora si potrà iniziare a costruire, dove per tanti anni si è distrutto.

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