I neurobiologi hanno calcolato che, a partire dai 30 anni, il cervello umano comincia a perdere giornalmente, per un processo fisiologico definito “apoptosi” (cioè morte cellulare programmata) un certo numero di cellule: poche inizialmente, ma che possono arrivare a centomila al giorno, dopo i 70 anni. Ecco perché dai 30 ai 75 anni il cervello perde fino al 10% del suo peso, e fino al 20% del suo rifornimento di sangue.
Ma non basta, perché alla perdita delle cellule si associa anche, come hanno dimostrato le osservazioni microscopiche, una riduzione del numero delle fibre che le connettono tra loro.
Inoltre, fanno la loro comparsa alcune alterazioni strutturali, le placche senili ed i gomitoli neurofibrillari, che vengono ritenuti espressione di fenomeni degenerativi e, comunque, patologici.
Stando a questi dati c’è veramente poco da stare allegri, ma, per fortuna, il diavolo non è sempre così brutto come lo si dipinge.
Cominciamo col dire che una grande risorsa del cervello umano è la cosiddetta ridondanza. Madre natura ci ha, infatti, provvisto di un numero di cellule nervose di gran lunga superiore a quelle necessarie per l’espletamento di tutte le nostre attività. E’ come se avessimo delle truppe in servizio e molte altre di riserva, a riposo. Quindi, man mano che alcune cellule si perdono, altre possono prendere il loro posto, lasciando immodificata la funzione.
Non solo. Altre due proprietà fondamentali del cervello umano sono la globalità e la plasticità. Pur esistendo, come è noto, nel sistema nervoso aree specializzate all’assolvimento di alcune funzioni (quali, ad esempio, la motilità volontaria, la sensibilità, la comprensione e la articolazione della parola, la percezione visiva ed acustica ed altre ancora), esiste anche la possibilità che cellule nervose, inizialmente non specializzate a compiere una certa funzione, ne diventino capaci, quando “i titolari” sono fuori uso. Si riesce così a capire come, dopo un ictus cerebrale possa essere gradualmente ripreso l’uso di un arto paralizzato o l’uso della parola.
Ma tutto questo non basta ad evitare alle cellule nervose un invecchiamento più precoce di quello delle cellule degli altri organi.
Cominciamo dai nostri sensi. Con gli anni si abbassa il livello delle funzioni sensoriali, in particolare di quella visiva ed acustica. Ciò dipende da alterazioni della funzionalità degli organi che raccolgono gli stimoli, nel caso specifico l’occhio e l’orecchio. A livello oculare sono comuni la presbiopia, cioè la difficoltà a vedere da vicino, la riduzione della visione crepuscolare e notturna, la capacità di discriminazione di oggetti in rapido movimento. Fisiologica è anche una certa riduzione dell’udito, per sclerosi della membrana timpanica e rigidità dell’apparato ossiculare. Ma gli scienziati hanno fatto una sorprendente scoperta e cioè che, a livello centrale, la percezione si modifica in senso positivo. Con la vecchiaia, pur diminuendo la vista, possono migliorare la percezione ed il riconoscimento globale dei contenuti, che sono operazioni cerebrali. La riduzione visiva ha conseguenze limitate sul comportamento se riguarda attività svolte per anni e divenute abituali, come, per esempio, alcune prestazioni professionali. Nella vita di ogni giorno la riduzione della vista può diminuire l’analisi dei dettagli di una figura o una scena, ma non necessariamente la percezione di una immagine nel suo insieme. Le conseguenze della diminuzione dell’udito sul vissuto psichico e sul comportamento sono compensate in parte dall’azione vicaria di altri sensi e dalla cosiddetta costanza percettiva. Questo fenomeno fa si che suoni complessi, come discorsi o melodie musicali, possano essere percepiti perfettamente se la loro presentazione rispetta schemi noti alla persona. Le regole valide per la percezione visiva valgono anche per le altre modalità sensoriali e, comunque, per una idea più reale su quale sia la percezione globale nell’anziano, occorre tenere a mente che percepiamo oggetti o persone in modo integrato, unificando le informazioni provenienti in contemporanea da vista, udito, olfatto, tatto e gusto con i ricordi contenuti negli immensi archivi della memoria che possiede il nostro cervello.
Per quanto riguarda le attività motorie (atti fisiologici complessi, che vedono in gioco sia il sistema nervoso che i muscoli volontari), si restringe la gamma, non l’efficienza di quelle ancora possibili. Gli atti della vita di tutti i giorni, in particolare quelli abituali, vengono eseguiti in modo corretto ed efficace. Difficoltà si possono incontrare solo in prestazioni extra, come afferrare al volo un oggetto o attraversare velocemente la strada o correre per prendere l’autobus. Anche i tempi di reazione a stimoli visivi ed acustici si allungano: questo può avere conseguenze in alcune attività, come la guida dell’automobile.
Per il fatto che sono le uniche che non possono riprodursi, dobbiamo in ogni caso proteggerle più delle altre cellule del nostro corpo. Inoltre per la loro attività frenetica che prevede oltretutto la formazione di sempre più numerose connessioni tra di loro, per il fatto stesso che di loro il lavoro dura 24 ore su 24, senza alcuna interruzione, le cellule nervose hanno bisogno di quantità di carboidrati e di ossigeno molto superiori a quelle delle cellule degli altri organi. Tale grande mole di lavoro le fa deteriorare più velocemente delle altre cellule Questa è la ragione del loro grande bisogno di molte sostanze a cominciare dalle proteine e dai grassi per riformare le parti consumate.
Per tutte queste peculiarità le cellule nervose sono le cellule più sensibili all’invecchiamento. In effetti si è visto che l’allungamento della vita determina prima di tutto la perdita di funzioni nervose importanti, mentre il funzionamento di organi le cui cellule sanno riprodursi, viene mantenuto più a lungo. Ecco perché gli anziani di oggi presentano con più frequenza che in passato, quando la vita era più breve, soprattutto malattie del sistema nervoso (demenze senili, Alzheimer, Parkinson, ansia e depressione, che affronteremo prossimamente).

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